Cavalchiamo l’onda del libero sapere

Un nuovo anno accademico sta per iniziare e ancora una volta cercheranno di cooptare nella riorganizzazione verticistica del cognitariato la nostra capacità di produrre un sapere critico e condiviso. Quest’anno le università di tutta italia saranno attraversate dalla presenza costante degli unisurfers che portando avanti incursioni, inchiestazioni e la pratica del copyriot, restituiranno all’universo universitario la dignità di tornare ad essere spazio moltitudinario di produzione di sapere critico e libero nonchè nuovo spazio di socialità. L’inizio dell’anno accademico, in diverse città Italia, sarà segnato dalla pratica del copyriot per scardinare le logiche di mercificazione dei saperi, il che significa assumere la nostra possibilità di esodo da tale realtà. Esodo che deve essere cooperazione virale e produttiva di menti in grado di articolare la riproduzione e la diffusione della cultura, riconsegnandole la sua dimensione più dignitosa: quella comunitaria e cillettiva, creando un meccanismo in grado di abbattere le barriere del copyright.
La strada è lunga, gli oceani vasti, insidiosi e tempestosi, ma non esisterà scoglio capace di arginarci, non esisterà vento capace di deviarci dalla nostra rotta, non esisterà secca capace di arenarci, perchè l’onda del sapere è carica di tutta la libertà che abbiamo voluto conquistare, e il surf è troppo agile e leggero per essere frenato.

Milano
Oggi 27 settembre all’Università statale di Milano sono approdati gli Unisurfers, di ritorno dall’Isola dei Saperi per distribuire il tesoro che sono riusciti a conquistare. Sono stati consegnati ai cognitari di questa città saperi evasi dalla prigione del copyright, con la certezza che d’ora in poi si diffonderanno liberamente e senza alcun ostacolo.

Unisurfers Milano: chi siamo.
il 27 settembre gli Unisurfers approdano all’Università Statale

La nuova fase dell’impero: testo della lezione di Toni Negri al Festival di Radio Sherwood

Il 6 luglio allo Sherwood Festival Antonio Negri è tornato ad insegnare a Padova nella “libera università di Sherwood”. Vi proponiamo la sbobinatura del suo intervento.

Io tutte le volte che vengo qui a Padova, cosa che non accade spesso e solo per salutare i parenti e la famiglia, sono sempre molto imbarazzato… questa è la città dove sono nato, dove sono cresciuto, a cui sono legato per infinite ragioni, in cui sono cresciuto anche all’Università: e vorrei dirvi ora, forse per la prima volta da quando 25 anni fa sono stato poi arrestato “per orribili delitti”, che vi è un po’ di vergogna a ritornare a Padova. Vergogna legata alla porno caldo presenza di un’Università che non ha ancora fatto autocritica sul fatto di avere aperto un anno accademico con una conferenza del prof. Ventura, pubblicata dalla Rivista storica Italiana, dove potete ritrovarla, conferenza con la quale la tesi di Calogero – per la quale io ed i miei compagni, alcuni dei quali sono qui presenti, eravamo assassini e vigliacchi perché non ci presentavamo come tali – è stata sostenuta in occasione dell’apertura dell’Anno Accademico. Altre volte, nell’Università di Padova, quando la gente diceva cose di questo genere veniva tirata giù dal palco. Quando sarà possibile a Padova tirare giù dal palco questi coglioni, scientificamente inesistenti, che continuano a sostenere cose di questo genere? Quando sarà possibile cambiare i direttori dei giornali che non hanno mai fatto autocritica? Quando sarà possibile far pagare al procuratore generale Calogero le falsità, le calunnie, le cose vergognose che ha gettato su di noi rovinando famiglie intere?
Io sono un uomo felice, sono uscito da questa storia in piedi, ma del gruppo dei miei compagni arrestati ce ne sono quindici morti di cancro: io vorrei che il buon Dio, se esistesse, si rivolgesse a Calogero, raccontandogli l’infelicità che è riuscito a sviluppare e che la legge, la responsabilità della legge, non coprono. Padova ci deve troppe cose perchè possa dimenticarle; Padova ci deve il fatto di essere ancora viva, e di questo noi ringraziamo di avere un buon carattere, una buona tempra, di essere riusciti ad attraversare queste vicende da persone forti, continuando a studiare, a lavorare, a proporre idee, continuando a proporre movimento: ciò che oggi tutti dicono essere la cosa fondamentale per reggere il mondo…

E’ finito il concetto di democrazia per il quale la democrazia era la costituzione data; la democrazia non è una delle forme di gestione del governo, così com’era la monarchia o l’aristocrazia o la democrazia così come ce l’hanno insegnata i Greci: queste sono tutte forme attraverso le quali il caos della società viene ridotto all’uno. La democrazia non è altro che il governo del popolo; ma il popolo è uno, esattamente com’è una la democrazia. Bodin, un vecchio e formidabile teorico del XVI secolo, diceva che tutte le forme di governo si riducono alla monarchia poiché tutte vogliono essere forma di governo dell’uno, dell’unità. Questo oggi non è vero: se si parla di bello porno democrazia (e se non se ne parla nei termini di Bush) ci si riferisce ad un’altra cosa, che è l’espressione dei desideri, del lavoro, della produzione, della capacità di mettere insieme le differenze: la democrazia è questa formidabile capacità di unire attraverso il lavoro, la dialettica continua, attraverso la capacità di mettersi d’accordo, di costruire in comune.
In questi giorni leggevo una serie di riflessioni che vengono prodotte, in tutto il mondo e anche nell’Università di Padova, da storici della filosofia e delle idee politiche. Questo senso della democrazia, che non si riduce più all’idea di Platone ed Aristotele della città-tribù che unisce tutti, ma invece è produzione di identità diverse, di desideri diversi, non può essere ancora presentata porno incesto nella forma della sovranità. Viene invece rappresentandosi nel gioco dell’espressione dei desideri, delle resistenze delle minoranze; queste sono idee che circolano dappertutto, ed è questo l’enorme portato del movimento no-global: una nuova idea di democrazia. Un’idea di democrazia che ha poco a che fare con Lenin e la democrazia comunista, ma anche con i federalisti, con Madison e con la grande tradizione americana che nessuno di noi disprezza, ma la scopre e la rimette in piedi. Si scopre quello che è il vero clinamen di libertà che attraversa il desiderio. Una democrazia che nel momento in cui è espressione della molteplicità non è caos perché noi viviamo in comunità, viviamo immersi in un linguaggio che comunica, viviamo immersi nella produzione che è in rete, viviamo immersi negli affetti che sono una sostanza unica che ci unisce, anche quando sono odio o sentimenti negativi. Il governo dunque quanto conta nella nostra vita? Un 10% si e no, tutto il resto sono cose che facciamo e costruiamo, perché l’uomo è educato così: come un grande animale politico della molteplicità. Quello che costruiamo non è il caos che ci minacciano sempre, se lo costruiamo liberamente:è sempre ricerca di una complessità e comunanza superiore.
Vorrei scherzare sulla tipologia che individuavamo io e Michael Hardt quando abbiamo scritto Impero, sette od otto anni fa –un secolo fa!- in cui dicevamo: si sta costruendo quest’Impero che ha una forma di governo misto. Questo vede la partecipazione della monarchia, dell’aristocrazia e di una forma di democrazia che ci sta sotto e che si chiama moltitudine. Gli Stati Uniti circa un decennio fa erano i re: Washington comandava le armate, metteva l’ordine nel mondo dopo la fine della scissione sovietica dal mercato mondiale, dopo l’ottantanove; New York reggeva in maniera monarchica il mercato mondiale; Hollywood reggeva il mercato della comunicazione. Questo era lo schema della monarchia. C’era un’aristocrazia mondiale composta dagli stati nazione e dai loro intermediari, ma soprattutto dai grandi movimenti delle multinazionali che non coincidevano con quelli dell’impero globale americano e che tentavano proprio di riequilibrare il sistema. E poi c’era la grande pressione dei movimenti, dei movimenti di liberazione o dei lavoratori, che oramai avevano acquisito questa nuova realtà. L’operaio mobile, flessibile, migrante; l’operaio intellettuale o dei servizi, l’operaio operatore, uomo attivo nella comunicazione, era qualcuno che portava con sé un nuovo patrimonio di produzione e di libertà. Non era più possibile produrre senza produrre libertà, non era più possibile produrre senza mettersi in circolazione: la moltitudine non era più la massa, ma quest’insieme di singolarità, di persone, uomini e donne che mettevano il loro spirito e la loro libertà in gioco nella produzione; non c’era valore prodotto senza questa capacità di impegno.
Non più massificati ed indifferenziati, ma un massimo di differenze: eravamo dunque in questa situazione estremamente mossa. Alla prima insurrezione generale della moltitudine, cioè di questa nuova realtà del lavoro, che cos’è successo? Un tentativo di colpo di stato, puro e semplice, sull’Impero da parte della dirigenza americana, dei neoconservatori, da parte di Bush. Noi abbiamo scherzato dicendo “il 17 Brumaio” di George W. Bush, ma nella realtà corrispondeva a quello che Marx chiamava il colpo di stato di Napoleone il Piccolo, di Napoleone Bonaparte, sullo sviluppo della repubblica francese.
Un colpo di stato che voleva dire “l’empire c’est moi” [l’impero è mio] e corrispondeva all’unilateralismo. Che era un tentativo preciso di ridurre e riportare ad unum queste nuove tendenze che si ponevano e che erano prima di tutto una resistenza aristocratica forte. Chirac e Shroeder non erano certamente uomini interessati ai movimenti delle nuove libertà produttive della moltitudine: pensavano concretamente agli interessi delle loro multinazionali e dei loro mercati finanziari e vedevano nella posizione di Bush un attacco ed una riduzione feroci all’unità dell’Impero Americano. Per questo si sono opposti, non perché amanti della pace: non gli passava nemmeno per la testa l’amore per la pace! Si, forse Chirac ha avuto per un attimo la preoccupazione che le bainlieus abitate da estremisti francesi insorgessero, ma sono elementi completamente relativi rispetto alla vera ragione della loro posizione. Qui si diceva “i francesi sono dei farabutti perché non accettano di fare la guerra”: certo sono dei farabutti, corrispondono ai loro interessi. Ma il fatto importantissimo era che corrispondendo ai loro interessi, premuti dall’opinione pubblica mondiale, dalla moltitudine mondiale nuovamente organizzata, questi uomini rifiutassero la guerra, nonostante nella struttura mista composta da monarchia, aristocrazia e moltitudine, queste aristocrazie fossero obbligate in qualche modo a non colludere con il monarca americano. Questa è stata una grande vittoria delle moltitudini: il fatto che la guerra irachena sia diventata una guerra che ha in qualche modo isolato gli Stati Uniti.
Io credo di essere il meno antiamericano nel mondo: a me gli USA sono sempre piaciuti, avrei voluto emigrare quando ero piccolo…ma il problema non è di essere o meno antiamericani, quanto di considerare oggettivamente quanto avviene: un colpo di stato che è stato sconfitto e non solamente dalle lotte, ma anche dalla rottura delle alleanze del potere. E’ questa rottura delle alleanze che dobbiamo analizzare, poiché siamo in una fase in cui la sconfitta complica enormemente le cose. Il fatto che gli americani non ce l’abbiano fatta a mettere le mani su tutta l’energia mondiale attraverso l’operazione irachena, a confermare il loro potere unilaterale, è una vittoria, ma apre anche enormi problemi. Io credo che le riflessioni del movimento debbano inserirsi in questo quadro e penso che gran parte degli atteggiamenti critici all’interno del movimento, così come certe “conversioni critiche”, “cicliche”, che attraversano il movimento debbano essere riportate a questo grande quadro.
Noi possiamo dunque pensare che nei prossimi anni una ricomposizione “costituzionale” dell’Impero si darà. Possiamo con tutta probabilità pensare che nei prossimi anni Chirac, Shroeder o chi per loro si metteranno d’accordo con Bush o chi per lui; che l’alleanza tra monarchia e aristocrazie imperiali si ricomporrà e che la possibilità delle moltitudini, dei lavoratori, delle classi oppresse si riproporrà in termini nuovi. Io credo che dentro al passaggio che stiamo vivendo ci siano alcuni elementi irreversibili. Il primo di questi è la guerra, la concezione della guerra preventiva.
“Guerra preventiva” non significa “guerra imperialista”, ma “polizia imperiale”; significa la trasformazione degli eserciti in strutture poliziesche che riescono ad intervenire, a partire da questo centro mondiale ricomposto, per ordinare in termini di sviluppo capitalistico tutti gli spazi del mondo. Non c’è più una guerra tra nazioni o l’ “imperialismo” di una nazione forte nei confronti di una nazione debole, ma c’è una rete di poteri polizieschi che intervengono ovunque ed è entrata già in maniera talmente profonda nell’organizzazione stessa delle forze armate da essere irreversibile. Ormai le forze armate non sono più quelle che ci presentavano per combattere su fronti innalzando continuamente il vessillo del potenziale di distruzione che possedevano. Le forze armate sono diventate mobili, dinamiche, più o meno mercenarie (come è mercenaria la polizia), sempre disponibili ad intervenire ovunque per mettere ordine, organizzate in rete ed attorno ad unità mobili, costituendo allo stesso tempo una capacità di intervento ed una capacità di assistenza, di organizzazione, di nation-building.
La vergognosa esperienza italica a Nassirya e la ancor più vergognosa propaganda che le viene fatta attorno, la signora Contini che diventa “eroessa”, sono piccoli esempi e paradigmi di ciò che sta diventando l’organizzazione del potere: pensate che bel mondo, con i Carabinieri distribuiti dappertutto! Questo reticolato di counterinsurgency, un termine quasi intraducibile perché non è contro-guerriglia, ma è contro-insorgenza, contro-libertà, deve contenere tutto l’insieme che costituisce questo bel mondo capitalistico: Organizzazioni Non Governative, la banca che aiuta di più e meglio; può contenere le religioni, organizzate, rovesciate, messe insieme, combinate o unificate. Questo è un elemento rispetto al quale non tornano più indietro. Emerge allora il rapporto tra democrazia e violenza: tra una democrazia come quella di cui parlavo prima, che è effettivamente espressione di bisogni, di desideri e di capacità di comune, di comunità; espressione di volontà dal basso, di federalismo, tutte queste cose formidabili che sentiamo in noi stessi e percepiamo come naturali, come parte della nostra vita allo stesso modo in cui ne forma parte il linguaggio, il suo arricchimento, la ricerca, ecc. A fronte di questo pensiero che si è così espanso, c’è l’orizzonte di guerra oramai irreversibile. La guerra dell’Iraq ha abbattuto la tensione unipolare, monarchica, esclusivista, del gruppo porno boliviano dirigente americano, ma ha iniziato e generalizzato questa nuova situazione di guerra.
Il secondo elemento da sottolineare è l’ambiguità della nuova alleanza tra monarchia ed aristocrazie. Un’alleanza comunque ambigua, perché gli americani sapevano di dover arrivare prima o dopo ad una situazione del genere. C’è un esempio formidabile nella storia anglosassone, ossia la costruzione della Magna Charta. Nel XIII secolo King John [Re Giovanni] ad un certo punto deve pagarsi le guerre che ha fatto (crociate, guerra contro la Francia, ecc.) ed i nobili, l’aristocrazia, gli dicono: “caro amico, noi non abbiamo più i soldi per pagarti, a meno che tu non ci dia del potere”. Da quel momento il rapporto tra le aristocrazie ed il re diventa un rapporto contrattuale, costituzionale. La Magna Charta, ciò che ora ci dicono essere il fondamento della democrazia e della libertà, è in realtà un accordo tra il re e le aristocrazie guerriere, le quali dicono “prima di massacrarci noi stesse, vogliamo il potere che tu hai. Perché il re ha questo potere?” Oggi noi possiamo pensare che più o meno le cose andranno in questi termini: Chirac, Schroeder o i cinesi si presenteranno da Bush: “Paga!” Paga in termini di accordo politico, di distribuzione del potere.
Parlare della fine del monocentrismo è una cosa bellissima: ma la fine del monocentrismo americano corrisponde all’emergere di un policentrismo che per quanto ci riguarda –in quanto moltitudine di proletari sfruttati, in quanto moltitudini di lavoratori- ci interessa abbastanza, ma non troppo.
Sapendo che sarebbero andati incontro alla situazione che vi ho prospettato hanno tentato la strategia del divide et impera, hanno tentato di dividere, suddividere, spaccare, rompere tutti quanti. Nei confronti dell’Europa questo è avvenuto in modo addirittura meschino, il tentativo di rottura è passato attraverso le forme più spaventose: mi compero la Polonia, do i soldi ad Aznar…non parliamo di Berlusconi poverino, che non vale neppure la pena di citarlo!
Questo vale per l’America Latina, vale nei rapporti con l’ex Unione Sovietica, vale per quanto riguarda la Cina ed il suo ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Quando noi cerchiamo di individuare questo passaggio dobbiamo vederlo in tutte le sue differenze: differenze che però rivelano l’enorme potere della rivolta che si è attuata.
L’Europa? E’ dal 1953, dalla fine della CED, il Trattato sulla Difesa Europea che tenta di unificarsi. La rottura operata dagli americani nei confronti degli Stati Uniti d’Europa, della possibilità di un’unificazione europea come mercato e come potenza politica è stata assolutamente continua. Il fatto che l’Europa si unifichi è per noi al contempo un elemento di enorme importanza e di secondaria importanza. Di enorme importanza perché è solo su dimensioni europee che una politica a livello mondiale può essere condotta; di secondaria importanza perché un’Europa fatta solo dalle aristocrazie, dagli Chirac e dagli Schroeder, può riguardare solo relativamente gli interessi dei lavoratori. Ma questo vale anche per l’America Latina dove le nuove politiche situate globalmente, fondamentalmente brasiliane ed argentine, determinano pulsioni all’unità ed alla costruzione di poli continentali che sono fondamentali nell’equilibrio e nel contropotere rispetto agli Stati Uniti ed alla loro volontà monarchica. Vale per la Cina, che è tutt’altro che questo paese unitario retto dal grande Partito Comunista: come tutti sanno è un paese in estremo movimento, dove due o trecento milioni di persone sono ormai inseriti in un processo capitalistico forte, ma un miliardo di contadini miserabili premono per avere libertà. La nuova costituzione imperiale, in cui monarchie ed aristocrazie si combinano, come può aprire degli spazi ai nuovi movimenti?

Oggi come oggi il movimento mondiale, così come si era posto contro la guerra, è finito. Perché?
Primo: in gran parte era stato un movimento sovranista, cioè pensava che la restaurazione degli stati nazione e della capacità degli stati nazione fosse di per sé sufficiente per battere l’imperialismo, in questo caso, americano.
Secondo: soprattutto nei paesi del Sud del mondo si era tornati a pensare alla possibilità, attraverso la riaffermazione sovranista, di un progetto di sviluppo autonomo: anche questa è una gran balla!
Terzo: il meccanismo generale delle alleanze non si confrontava con i movimenti.

Ma il movimento è stato più forte di tutto questo. Se oggi noi ci troviamo di fronte ad una relativa empasse davanti a questo processo nuovo che si configura, ossia una nuova alleanza tra monarchia statunitense ed aristocrazie europee, latinoamericane, cinesi, ecc., ci troviamo di fronte anche ad alcune altre cose fondamentali. Innanzitutto la liquidazione del terreno sovranista, dello Stato-nazione che non è più un ambito sul quale si possa condurre una lotta efficace per la liberazione delle moltitudini. Lo Stato-nazione è un luogo nel quale la struttura imperiale, soprattutto questa che ci si presenta di nuovo e che vede l’aggancio della presenza imperiale americana e delle varie associazioni, dei padroni e delle elite politiche locali, deve essere superata. Non possiamo più fare politica a livello nazionale. Il livello nazionale è un livello al quale non si decide più nulla: né il valore della moneta, né la capacità della forza, né la capacità del linguaggio e della comunicazione. Il livello nazionale è oramai completamente consunto nell’esperienza della liberazione.
In secondo luogo la liquidazione di un’idea di governo legata a quel concetto di democrazia di cui si parlava prima. C’è stata una grandissima esperienza sia in Cina che nei paesi dell’America Latina: i governi non si chiudono più ai movimenti, non c’è più un governo che ad un certo punto possa pianificare esso stesso lo sviluppo del sistema normativo e regolativo, dei dispositivi generali di organizzazione sociale, se non tiene presente al suo interno la dinamica delle forze di contropotere, dei movimenti. Non c’è possibilità di sviluppare produzione e ricchezza se non in questo senso. Non si tratta del fatto che un concetto di democrazia nuovo sia penetrato nelle file dei movimenti. Ma è il fatto che quando tu devi lavorare, ormai, partecipando con la tua intelligenza e capacità mentale al lavoro, mettendo in gioco la tua libertà nel lavoro, in quel momento non c’è la possibilità di produrre se non determinando spazi di accettazione di questa libertà, di questa nuova forza produttiva. Tutto ciò non riguarda semplicemente le forze sindacali, quelle classiche che ben conosciamo. Riguarda in generale la struttura stessa del lavoro. Nell’esempio dei contadini, quest’enorme massa che ancora produce beni alimentari o agricoli, ci troviamo di fronte a delle modificazioni estremamente interessanti. Troviamo delle grandi moltitudini che non sono più semplicemente attratte nei grandi meccanismi della produzione massificata, ma vivono una differenziazione continua e singolare delle capacità produttive.
Il contadino è sempre stato questa creatura formidabile che si metteva in rapporto con il tempo, con le produzioni, con il cambiamento delle colture e che portava nella produzione questa singolarità. Oggi questi sono processi che si espandono ovunque: se voi volete valore aggiunto nella produzione agricola dovete agire singolarmente. Questi fenomeni non riguardano i contadini della Val Padana, bensì le grandi estensioni di produzione in Sud America o negli USA o in Cina.
Un’altra enorme trasformazione è quella del lavoro di servizio, di affetto, di relazione: queste forme di lavoro che oramai chiedono sempre di più libertà e capacità di espressione.
Detto ciò vi trovate di fronte a dei governi che balbettano, che non riescono più a esprimere sostanza normativa se non si mettono in relazione a questa nuova forma di governo. I tentativi fatti in Brasile dal governo Lula ed in Argentina dal governo Kirchner nei confronti dei grandi movimenti che si erano sviluppati, sono da questo punto di vista dei paradigmi. Certo, oggi ci troviamo di fronte a dei blocchi anche su questo terreno, blocchi che rappresentano delle grandi difficoltà; ma le esperienze restano e noi le dobbiamo mettere al centro della situazione che viviamo.
A me è capitato di essere a Madrid nei giorni successivi alla sconfitta elettorale di Aznar, e di cogliere nel racconto diretto di molti compagni, ma anche di persone estranee, l’emozione di quei giorni.
Un’emozione che è consistita nel fatto che un’enorme moltitudine di cittadini, trovandosi di fronte ad una falsità evidente (l’accusa a ETA di essere assassina nella vicenda della stazione di Antioca), si è singolarmente organizzata. Non è stato il partito socialista di Zapatero ad organizzare nessuno, Ma sono stati i gruppi di persone che hanno detto NO!, la falsità va combattuta. E quindi comunico al mio amico con un SMS, telefonandogli, andandolo a trovare, quest’esigenza. E questa moltitudine di singolarità nel tempo di un giorno ed una notte ha rovesciato un governo, ma non solo: lo ha tolto all’alleanza irachena, lo ha portato verso l’Europa. I compagni spagnoli chiamavano questo movimento “la Comune di Madrid”: è la forma insurrezionale non attraverso masse, ma attraverso la coscienza di verità di ogni singolo. Ed è la stessa cosa che si chiede per la produzione, è il suo rovescio.
Tutto ciò avviene in maniera assolutamente inaspettata: tutti gli strumenti del potere, dai sondaggi all’unanime pressione dei media organizzati, davano la vittoria ad Aznar e NO! Avviene il contrario in dimensioni irresistibili. Il movimento credo abbia avuto coscienza del grande passaggio che si annuncia, nel quale non si tratterà più di battersi per la pace e contro la guerra americana, ma si tratterà di battersi per la pace contro la resistenza delle moltitudini e di tutti quelli che lavorano.
In terzo luogo sottolineo l’idea che le forme di organizzazione e di rappresentanza sono diverse rispetto a quelle che noi abbiamo vissuto nei secoli scorsi e che oggi finalmente iniziano a rivelarsi esaurite. La ripresa dei nuovi contenuti delle lotte sociali, legati alla nuova forma del proletariato e delle moltitudini che lavorano, è diventata ormai passaggio fondamentale.
Noi diciamo spesso che si tratta di formulare un programma post-socialista; il socialismo, questa grande esperienza che tutti noi abbiamo vissuto ed al cui interno comprendiamo anche il comunismo sovietico, era un programma che si basava sulla presa del potere da parte del proletariato per sviluppare la capacità produttiva del capitale. Noi oggi cominciamo a proporci un programma, per nulla anarchico o velleitario, che è quello di conquistare collettivamente il potere per esprimere la potenza produttiva di tutti; per esprimere con la produzione la libertà. Abbiamo dei nuovi strati, centrali alla produzione temporanea, che stanno lì, fondamentalmente concentrati sul punto più importante dello sviluppo produttivo. Sono questi strati che devono produrre con il loro desiderio un programma. Il movimento che abbiamo vissuto ha da un lato ricomposto il potere su una posizione diversa, riunificando monarchia ed aristocrazie, e dall’altro ha espresso nuovi soggetti e nuova soggettività. Questa nuova soggettività nasce dalle nuove forme del lavoro, dalle nuove forme di comunicazione, dalle nuove forme di produzione in generale che toccano contadini, donne, il lavoro domestico, in somma tutto; che generalizzano il contenuto reticolare della produzione della moltitudine.
Abbiamo bisogno di porre un programma all’altezza di questo sviluppo: questo è il Nuovo Manifesto Comunista che ci aspetta, il nuovo tipo di mobilitazione che noi dobbiamo determinare.

Possiamo individuare alcuni temi fondamentali o centrali della costruzione di questo programma postsocialista. Il primo tema è quello globale del cosmopolitismo, della rottura delle frontiere nazionali, della costruzione per esempio dell’Europa, o dell’unità dell’America Latina, insomma l’espressione di tutte quelle potenze che si danno a livello continentale con la capacità di condizionare il potere imperiale.
Il secondo terreno, fondamentale, è la possibilità di determinare specificamente le nuove forme del reddito, cioè della riproduzione, della capacità di produzione di riproduzione che noi abbiamo. Il tema del reddito di cittadinanza non deve essere semplicemente legato alla disoccupazione o altro, ma è legato alla produzione generale e sociale: se la società dev’essere del lavoro, tutti devono avere la possibilità di partecipare a questo lavoro!
Il terzo tema è la produzione di soggettività, cioè da un lato la rottura sistematica di tutte le forme nelle quali la comunicazione è comandata, e d’altra parte la riappropriazione costruttiva delle forme della comunicazione, sia di quella soggettiva che di quella dei grandi mezzi di comunicazione.
Il quarto tema è il progetto di nuove forme di governo. Che cosa significa prendere il potere? Nulla, se per il potere si intende la gestione del capitale. Che cosa può significare se invece diciamo che prendere il potere è esprimere libertà ricca, libertà di produzione e pensiero, libertà da tutti i punti di vista. E’ un progetto in cui l’eccedenza della nostra vita viene messa in gioco. Corriamo sempre il pericolo dell’estremismo, ma noi siamo estremamente cauti in questo, l’abbiamo detto più volte, lo eravamo persino ai tempi in cui ci accusavano di essere estremisti…
Il problema è ancora costruire delle forme di governo che siano cominciare ad investire i comuni e tutta l’attività politica di base di una capacità di forzare, di distruggere i legami di governo, di riportare all’iniziativa di base una reale capacità di modificazione. Sono cose che abbiamo sempre detto, ma che ora assumono una valenza diversa, perché ormai le strutture federali, di partecipazione, nelle quali la formazione stessa della ricchezza si attiva, sono maledettamente diverse. E poi c’è un altro elemento fondamentale: vedrete, questo potere non accetta tutto questo.
Questo potere ha assunto come giustificazione di se stesso la guerra, per una semplice ragione: il capitale diventa sempre più parassitario, i padroni non hanno più la capacità di comandare. E’ la grande realtà che questa fase di movimento e di lotte ci ha rivelato.
I padroni non hanno più la misura della produzione: quando la produzione diventa sociale e comune, quando significa che noi tutti siamo più intelligenti, i padroni non possono più comandare. Una volta i padroni prendevano i nostri vecchi nonni nelle campagne, gli attaccavano una sveglia al collo e gli dicevano: quando suona tira giù la leva [della macchina industriale]. E poi un po’ alla volta li hanno messi davanti a macchine a cui dovevano rispondere: oggi la produzione è intelligenza e l’intelligenza non si può più programmare! E la libertà non è più contenibile:icapitalidiventano il gendarme mondiale non più di guerre tra imperialisti, ma in forme di polizia globale nel momento in cui la produzione non è più contenibile, in cui il padrone non serve più a un cazzo!
La temporalità del programma socialista dunque deve essere posta su questi passaggi e richiede un cambiamento radicale della rappresentanza. Non possiamo più accettare che ci siano partiti che dicono “questa è la nostra linea, se ci state ci state, se no no. Noi siamo i rappresentanti dei movimenti”. No, non siete i rappresentanti di nessuno. I movimenti devono essere rappresentati sistematicamente e continuamente; il partito, se serve ancora a qualcosa, non può essere una macchinetta proliferante delle esigenze dei movimenti.
Altrettanto vale per l’amministrazione. Noi dobbiamo essere presenti in tutti i passaggi amministrativi sapendo che ognuno di loro va rotto, che la sua normatività va spaccata per farci emergere energie nuove; dobbiamo essere presenti in tutte le lotte sindacali, ma sapendo che il problema non è il costo del lavoro perché il costo del lavoro non c’è più: ci sono solo bisogni della società di riprodursi. Dobbiamo quindi generalizzare la richiesta di reddito; dobbiamo essere presenti in tutte le lotte della scuola sapendo che questa è una risorsa produttiva centrale; dobbiamo essere presenti in tutte le lotte delle donne sapendo che la differenza delle donne costituisce la qualità del salto da una società patriarcale ad una società di produzione aperta. Noi dobbiamo essere all’interno di tutto ciò perchè rappresenta l’unico programma. Tenendo presente che ci troviamo in una situazione nuova e, come sempre, difficile.